Quando il pregiudizio oscura la verità: la difesa delle competenze professionali contro la gogna mediatica
Nel panorama dell’informazione odierna, assistiamo sempre più spesso a un fenomeno inquietante: la sostituzione del dibattito scientifico e della legalità istituzionale con il processo sommario sulle piattaforme digitali. L’ultimo, doloroso esempio di questa deriva è la violenta campagna denigratoria che ha colpito il Dott. Alan Risolo, medico veterinario di comprovata esperienza, stimato professionista e da tempo prezioso collaboratore della nostra associazione per le attività di formazione in materia di sanità, biosicurezza e benessere animale.
Come associazione, non possiamo e non vogliamo rimanere in silenzio di fronte a un linciaggio mediatico che calpesta la dignità di un professionista e distorce la realtà dei fatti a colpi di titoli sensazionalistici e fake news. Riteniamo doveroso fare chiarezza, analizzando i dati oggettivi e i documenti ufficiali che smentiscono categoricamente la narrazione distorta emersa sui media e sui social network.
La realtà dei fatti contro il sensazionalismo giornalistico
La tempesta mediatica è nata a seguito dell’attuazione del Piano quinquennale di rimozione della popolazione di ungulati domestici ferali dal Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, un piano formale approvato e autorizzato dalla Regione Lazio (Determinazione n° G02928 del 11/03/2025) di concerto con l’autorità sanitaria competente (ASL RM5). Il Dott. Risolo non ha agito di propria iniziativa né come “privato privo di incarico”, come falsamente diffuso da alcune sigle associative; al contrario, ha ricevuto un formale e legittimo affidamento diretto dall’Ente Parco in virtù delle sue specifiche e rare competenze nel contenimento chimico e fisico degli animali selvatici e vaganti (Determina n° A00188 del 23/06/2025).
Esaminiamo i punti chiave sistematicamente distorti dalla stampa:
- L’invenzione delle “vacche mansuete” al pascolo: Gli articoli di stampa hanno parlato dell’abbattimento di “vacche sane e indifese”, accompagnando le notizie con immagini bucoliche di mucche domestiche. La realtà ecologica e gestionale è radicalmente diversa: si tratta di oltre 700 ungulati ferali (di cui circa 400 bovini adulti), nello specifico primariamente tori selvatici caratterizzati da un comportamento del tutto affine a quello delle specie selvatiche, segnato da elusività, ferocia e marcata aggressività. Parliamo di animali pericolosi che negli ultimi anni si sono resi responsabili di ripetute aggressioni alle persone e di ben 31 incidenti stradali con danni a persone nel solo comune di Moricone.
- Il falso mito degli animali “sani”: La stampa ha definito i capi abbattuti come “sani”. Scientificamente, lo stato sanitario di una popolazione ferale e priva di controlli obbligatori è per definizione ignoto. L’assenza di profilassi per patologie gravi come la brucellosi e la tubercolosi bovina rappresenta una minaccia concreta di zoonosi per l’uomo e un rischio biologico enorme per gli allevamenti tradizionali controllati e per la fauna selvatica autoctona. Non a caso, le disposizioni della ASL impongono lo smaltimento delle carcasse come “sottoprodotti di Categoria 1”, ossia materiali ad alto rischio per la salute pubblica.
- Le falsità sul “tariffario” economico: Con evidente malafede, è stato diffuso un estratto parziale dell’offerta economica del Dott. Risolo, sostenendo che il professionista avesse un interesse economico maggiore nell’abbattere un animale (€600) rispetto al sedarlo (€200). La realtà, riscontrabile dai documenti della manifestazione d’interesse, è esattamente opposta: l’intervento di telenarcosi prevedeva il trattenimento del valore del capo vivo a compensazione delle spese, il che avrebbe garantito al veterinario un ricavo stimato di circa €2.500 per ogni toro recuperato, di gran lunga superiore alla tariffa di abbattimento. L’abbattimento non è stato quindi una scelta “lucrativa”, ma l’estrema e necessaria ratio operativa dettata dalle condizioni sul campo.
I limiti tecnici e la scelta etica della “One Health”
Perché si è reso necessario l’abbattimento diretto di circa 40 capi rispetto alla cattura meccanica o alla telenarcosi? Chi lavora sul campo conosce i rigidi limiti della medicina veterinaria in contesti impervi:
- Limiti della telenarcosi: Il contenimento farmacologico richiede tempi di addormentamento lunghi (10-15 minuti) in un territorio montano estremamente scosceso, dove l’animale finirebbe per rifugiarsi in anfratti inaccessibili, morendo di stenti o rendendo impossibile il recupero. Inoltre, i farmaci Alpha-2 agonisti (come la Xilazina), oltre ad essere da mesi carenti sul mercato farmaceutico, entrano in competizione con l’adrenalina liberata dall’animale ferale in fase di cattura, azzerando le garanzie di sicurezza.
- Valutazione etica del distress: Il Piano quinquennale stesso evidenzia come la cattura e la successiva quarantena di 90 giorni di bovini ferali provochino negli stessi un livello di stress psicofisico intollerabile, con un’altissima incidenza di stereotipie comportamentali, auto-traumatismi e mortalità spontanea. In quest’ottica, l’abbattimento immediato selettivo dei capi più pericolosi – eseguito nel pieno rispetto del Regolamento UE 1099/2009 sulla protezione degli animali durante la macellazione – rappresenta la scelta professionalmente ed eticamente più corretta per ridurre al minimo le sofferenze, laddove il destino finale dell’animale catturato sarebbe stato comunque il macello o lo smaltimento.
L’operato del Dott. Risolo si iscrive perfettamente nella logica One Health, raccomandata a livello internazionale, che riconosce l’intima interdipendenza tra la salute umana, la salute animale e la stabilità degli ecosistemi. Il pascolamento incontrollato dei bovini ferali stava distruggendo gli habitat protetti dei Monti Lucretili, alimentando mercati di macellazione clandestina gestiti da reti criminali e mettendo a rischio la biosicurezza dell’intera regione.
La gogna social non è civiltà
Ciò che è accaduto subito dopo la pubblicazione dei primi articoli sensazionalistici descrive perfettamente il cortocircuito della nostra società civile. Titoli infarciti di espressioni come “scene da far west” o “sterminio a colpi di fucile” hanno deliberatamente manipolato l’emotività del pubblico. Il risultato? Centinaia di post di insulti, diffamazioni feroci e, cosa ancor più grave, esplicite minacce di morte che hanno costretto il Dott. Risolo a chiudere tutti i propri profili social per proteggere la propria incolumità.
Quando le associazioni e i media incitano alla gogna pubblica, ignorando i mandati istituzionali, le perizie tecniche e i regolamenti europei, non stanno difendendo gli animali: stanno semplicemente alimentando l’odio e il pregiudizio. Una società che si definisce civile non può permettere che la competenza scientifica di un professionista venga calpestata dal populismo emotivo della rete.
Il Dott. Alan Risolo ha agito secondo scienza, coscienza e rigorosa professionalità, applicando decreti e protocolli validati dagli organi scientifici e sanitari della Repubblica Italiana e della Regione Lazio.
La nostra associazione esprime la più totale, incondizionata solidarietà al Dott. Risolo e sostiene fermamente la denuncia-querela per diffamazione aggravata che il professionista ha depositato presso la Procura della Repubblica. Continueremo a stare al suo fianco, convinti che l’unica strada percorribile per la tutela reale degli animali e della salute pubblica sia quella della legalità, della scienza e del rispetto reciproco.