In una lunga intervista Francesco Pratesi, figlio del fondatore del WWF Fulco, ci spiega come l’attuale Green Deal europeo si sia trasformato in una deriva ideologica che rischia di cancellare la biodiversità e i paesaggi italiani. Secondo il Presidente di Italia Nostra Toscana, le grandi sigle ambientaliste hanno smarrito la loro missione originaria, preferendo le macchine energetiche alla reale tutela della fauna e dei territori.
La svolta ideologica
Nella sua lettera parla di una transizione ideale. Suo padre Fulco Pratesi ha fondato l’ambientalismo italiano sulla difesa della natura; oggi il WWF nazionale di oggi sembra invece concentrato sulle macchine energetiche. Qual è stato il momento esatto in cui la tecnologia ha superato la tutela della fauna?
Il momento esatto è stato l’avvento di Frans Timmermans, principale architetto del Green Deal europeo, Vicepresidente esecutivo della Commissione Europea (2019-2023) che ha guidato la strategia della UE verso la presunta neutralità climatica. La sua visione si concentrava sull’indipendenza energetica, la competitività industriale e la difesa della sovranità europea.
Purtroppo i risultati del Green Deal europeo si sono rivelati l’esatto opposto: gravi danni all’ambiente, ai paesaggi (specie in Italia) alla fauna e all’economia europea senza effetti significativi in termini di decarbonizzazione. Le emissioni europee (appena il 6% di quelle mondiali) stanno calando per la deindustrializzazione dovuta ai costi energetici eccessivi, a loro volta conseguenza del Green Deal, assai più che per la diffusione dell’eolico e del fotovoltaico. Ci si chiede poi quale sia il senso di aver sacrificato le nostre produzioni più significative sull’altare della decarbonizzazione, per poi affidare quelle stesse produzioni alla Cina, la cui fonte energetica primaria resta il carbone (60%).
Sin dall’inizio l’UE ha coinvolto in questa sfida ideologica, con stanziamento di fondi dedicati, molte associazioni ambientaliste. Le quali hanno abbracciato il Green Deal senza se e senza ma, restando impermeabili ad un confronto serio su costi e benefici, a partire dagli stessi danni a piante ed animali.
Tra queste spiccano in Italia il WWF, Legambiente e anche Greenpeace. Abbiamo invitato il WWF ad un confronto per capire le loro ragioni ma fino ad oggi non ci è stato concesso.
Il paradosso eolico e fotovoltaico
Entriamo nel merito dei danni alla fauna. Pale eoliche e grandi impianti solari minacciano proprio quegli uccelli e rapaci che il WWF ha protetto per decenni. Quali sono oggi i rischi più concreti per le rotte migratorie e la biodiversità?
Molti impianti eolici in essere o in divenire insistono su aree limitrofe ad importanti aree palustri, tappe fondamentali delle rotte migratorie, molte affidate proprio dal WWF come la laguna di Orbetello, il Padule di Orti Bottagone, dove volano non solo gli uccelli migratori ma anche preziosi uccelli rapaci come l’aquila reale, il falco pescatore, la poiana ecc. L’uccisione di uccelli da parte delle pale eoliche, ad esempio nell’area antistante il Padule di Orti Bottagone è una ricorrenza purtroppo quotidiana. Ciononostante, non risulta che il WWF abbia agito per evitare l’installazione di quelle pale nel 2019.
La frammentazione dei confini
Molti progetti industriali stanno circondando le campagne e le aree interne del nostro Paese. Al di là dell’impatto visivo, qual è il vero danno ecologico per gli animali che si spostano fuori dalle aree protette?
Il senso di disorientamento. Non dobbiamo solo pensare ai mammiferi ma a tutta la biodiversità che caratterizza le nostre campagne. Grandi vittime delle pale sono anche i pipistrelli, mentre le pale offshore, con i loro infrasuoni, disturbano pesantemente le rotte dei cetacei. Sempre a proposito di pale offshore sta emergendo il loro effetto nefasto sul clima delle coste antistanti, creando aree di iperriscaldamento dovuto alla mancata ventilazione: insomma per combattere i cambiamenti climatici stiamo creando crisi climatiche locali. Anche i pannelli solari, del resto, creano alterazione locale del clima.
Il suolo vivo e la micro-fauna
Nei mega-impianti fotovoltaici a terra si calcola spesso solo lo spazio dei pannelli, ma sotto c’è un suolo vivo. Cosa succede a insetti impollinatori, rettili e piccoli mammiferi quando ettari di terra vengono coperti dal silicio? Perché il mondo ambientalista sembra non considerare questi aspetti?
Gli agricoltori sanno benissimo che i suoli agricoli si reggono su un delicato equilibrio tra flora e fauna: è dimostrato che foderare di silicio i nostri campi agricoli li rende rapidamente sterili ed in quanto tali del tutto inospitali per la microfauna che li abita. Il mondo ambientalista, almeno una parte di esso (Legambiente, WWF e Greenpeace in primis) ritiene giusto sacrificare tutto questo sull’altare di una presunta guerra al cambiamento climatico. Ma questa guerra non serve a nulla, non porta risultati significativi ma anzi provoca danni non solo in Italia ma anche in continenti lontani che forniscono le materie prime per queste infrastrutture, con l’estrazione devastante del litio, delle terre rare o per la stessa raffinazione del litio o per la balsa usata nelle pale eoliche. Per non parlare dello smaltimento di queste strutture che oggi finiscono in discarica.
Pensi che ad aprile, dati TERNA, nonostante gli investimenti colossali, la quota di elettricità coperta da fonti rinnovabili si è ridotta di circa l’1% rispetto ad aprile 25. E la produzione da eolico è in calo dal 2023. Eppure continuiamo a piantare pale eoliche. Lo sa perché? Perché è un business molto remunerativo. Gli operatori del settore fanno utili scandalosi, tutti a carico delle nostre bollette. Molta dell’elettricità prodotta da pale e pannelli viene poi gettata via, perché prodotta tutta assieme o perché la rete non è in grado si assorbirla. Ma viene comunque profumatamente pagata.
La frattura con i territori
Le sezioni locali del WWF (come Orvieto o la Gallura) difendono il territorio, ma spesso la direzione nazionale le sconfessa. Come Presidente di Italia Nostra Toscana, come propone di conciliare la decarbonizzazione con la tutela della biodiversità?
Un plauso alle sezioni del WWF che nonostante tutto combattono per la salvaguardia del loro territorio a dispetto delle direttive nazionali. La decarbonizzazione deve percorrere altre strade, non la rovina irreversibile dei nostri paesaggi e della nostra biodiversità. Occorre essere pragmatici e sfruttare le aree già degradate o industriali. A livello macro occorre agire nei luoghi dove la produzione di inquinamento è più consistente: dovremmo aiutare ad esempio i paesi africani a rendere più pulite le loro centrali a fonte fossile: otterremmo risultati migliori con una frazione della spesa. E poi esistono fonti rinnovabili realmente compatibili con l’ambiente, come il geotermico a bassa entalpia. L’Italia è una miniera d’oro di energia sotterranea e noi ci accaniamo a ricoprirla di pale e pannelli cinesi.
La sfida della Nature Restoration Law
Entro breve l’Italia deve presentare il piano per il Regolamento UE sul ripristino della natura. C’è il forte timore che i vincoli calino dall’alto penalizzando agricoltori e gestori. Come trasformare questo obbligo in un’opportunità reale ed evitare l’ennesimo scontro ideologico?
Mentre l’Europa favorisce la distruzione delle nostre campagne e dei nostri crinali con il silicio e l’eolico, che sono oggi la prima causa di consumo di suolo, contemporaneamente si fa vanto di promuovere “il ripristino la natura”. Si tratta di un’ipocrisia insopportabile. Occorre fare in modo che gli agricoltori possano continuare ad essere i custodi dei suoli agricoli evitando che cedano alle lusinghe di chi vuole trasformarli in aree industriali pseudo energetiche.
Insomma, come difensori della natura dobbiamo avere gli agricoltori come nostri alleati: sono l’ultima trincea contro l’irreversibile industrializzazione del territorio sull’altare delle rinnovabili.