Orso Bruno e foraggiamento in Trentino: cosa stabilisce la sentenza del Consiglio di Stato
La recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 1077/2026) ha riacceso i riflettori sulla complessa gestione della fauna in Trentino. Se da un lato la decisione mira a ridurre i conflitti tra uomo e orso bruno, dall’altro solleva interrogativi critici sul benessere delle altre specie selvatiche. Il divieto di foraggiamento, infatti, pone un problema immediato: quale sarà il destino degli ungulati che dipendono da queste risorse per superare i rigidi mesi invernali?
La sentenza non ignora il problema, ma compie una scelta di campo netta. Nel valutare la pratica del foraggiamento, i giudici hanno operato un bilanciamento tra interessi contrapposti, definendo l’interesse delle specie foraggiate al proprio sostentamento come “recessivo” rispetto alla sicurezza pubblica e alla prevenzione dei rischi legati all’orso.
In altre parole, la necessità di evitare che l’orso si avvicini troppo all’uomo o modifichi le proprie abitudini alimentari è stata giudicata prioritaria rispetto alla sopravvivenza facilitata di caprioli e cervi tramite mangiatoie.
La critica principale a questo divieto riguarda l’impatto biologico. Molti sostengono che il foraggiamento sia essenziale in inverni particolarmente duri.
Secondo questa visione, il foraggiamento artificiale:
• Altera il rapporto naturale tra le specie animali e tra queste e l’uomo.
• Comporta “conseguenze dannose maggiori rispetto ai benefici” per le singole specie che si vorrebbero aiutare.
• Trasforma le mangiatoie in trappole ecologiche, attirando predatori come orsi e lupi e aumentando il rischio di predazione per gli stessi ungulati (come documentato nella riserva di Rabbi).
Nonostante le basi giuridiche, resta aperta la questione etica. La sospensione del foraggiamento nei distretti abitualmente frequentati dall’orso — come la Val di Sole e l’Alta Val di Non — significa che migliaia di animali dovranno tornare a fare affidamento esclusivamente su scarse risorse naturali in contesti ambientali spesso modificati dall’uomo.
La Provincia di Trento, nel riesercitare il suo potere, dovrà ora valutare non solo il rischio “orso”, ma anche l’impatto di queste decisioni sulla salute delle popolazioni di ungulati. Il rischio è che un divieto necessario per la sicurezza pubblica si trasformi in una condanna per le specie che per anni sono state abituate alla presenza di cibo supplementare.
La sfida per il Trentino sarà trovare soluzioni che garantiscano la sicurezza umana senza tradursi in una crisi per la sopravvivenza invernale degli ungulati, evitando che la tutela di un grande carnivoro avvenga a discapito del benessere di altre specie altrettanto preziose per l’ecosistema.