Lo scorso 22 settembre il Ministero dell’agricoltura ha trasmesso alla Conferenza unificata, per l’intesa, lo schema di decreto con le linee guida per la valorizzazione dei pascoli e dei boschi montani (art. 12, legge 131/2025, la “legge sulla montagna”). Nello stesso provvedimento è presente il decreto sui servizi ecosistemici e ambientali collegato al credito d’imposta dell’art. 19. Le linee guida e il decreto non sono certamente in grado di risolvere tutto, ma per la prima volta mettono in fila, in modo coerente, ciò che serve per invertire la rotta: è un primo passo concreto, e va colto.

Perché è un passo concreto

Per anni il tema delle aree interne è rimasto sul piano delle dichiarazioni. Qui il testo parte da una diagnosi precisa: spopolamento, abbandono di terreni agricoli e pascolivi, ricolonizzazione forestale spontanea, perdita di biodiversità e paesaggi storici, più incendi e dissesto idrogeologico. E per la prima volta indica risposte operative, con un riferimento nazionale condiviso a cui amministrazioni, imprese e comunità possono richiamarsi.

La cornice è quella di un atto di indirizzo, che rispetta le competenze di Regioni e Province autonome e non impone obblighi a terzi. È una scelta di metodo: dare una direzione comune e lasciare ai territori la libertà di declinarla. Le linee guida saranno aggiornate almeno ogni tre anni, quindi nascono come strumento vivo.

Tre assi per fermare l’abbandono

Recuperare il patrimonio fondiario

Il testo considera contrastare l’abbandono e ridurre la frammentazione condizioni preliminari per qualsiasi rilancio. Le azioni: censimento e georeferenziazione dei terreni abbandonati (comprese proprietà silenti e collettive), banche della terra, cooperative, consorzi e associazioni fondiarie, filiere locali con certificazione e tracciabilità, collaborazione con università e centri di ricerca. Significa dare una prospettiva a chi vuole tornare o restare, soprattutto ai giovani che cercano terra e strumenti per avviare un’impresa.

Tutelare attività ed ecosistemi

Recupero dei pascoli invasi dal bosco, tutela di razze e varietà locali (con il riconoscimento di agricoltori e allevatori custodi), gestione della fauna selvatica, prevenzione degli incendi e recupero di viabilità rurale, terrazzamenti, malghe, alpeggi e sentieri. Chi presidia il territorio smette di essere un costo e diventa un soggetto che produce beni collettivi.

Valorizzare i servizi ecosistemici

È la novità più promettente: riconoscere e remunerare i benefici della gestione attiva, come regimazione delle acque, protezione del suolo, sequestro di carbonio e paesaggio. Il testo richiama pagamenti per servizi ecosistemici, mercati volontari del carbonio, impegni agroambientali avanzati e integrazione con turismo responsabile, attività educative e terapeutiche. Qui la manutenzione del territorio smette di essere un onere e diventa reddito.

Le risorse per farlo

La sezione 2 elenca gli strumenti a cui agganciare i progetti: PAC e programmi regionali, Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, PNRR, Fondo sviluppo e coesione, SNAI, contratti di filiera e di distretto, finanza agevolata per i giovani imprenditori, banche della terra. Il documento assegna un ruolo attivo ai comuni montani: informazione, animazione territoriale, accompagnamento progettuale e governance multilivello con imprese, università e comunità. Il comune diventa regista, non spettatore.

Il credito d’imposta: dove il passo diventa tangibile

L’art. 19 della legge 131/2025 dà sostanza economica al disegno:

  • Chi: imprenditori agricoli e forestali singoli e associati, cooperative, consorzi forestali (anche partecipati dai comuni) e associazioni fondiarie che operano nei comuni montani.
  • Quanto: credito d’imposta del 10% sugli investimenti dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2027, elevato al 20% nei comuni montani fino a 5.000 abitanti delimitati ai fini della tutela delle minoranze linguistiche storiche (formulazione modificata dal D.L. 144/2026: da verificare nel dettaglio).
  • Come: cumulabile con altre agevolazioni per le stesse spese, utilizzabile in compensazione, nel rispetto del de minimis.
  • Per che cosa: lo schema di decreto sui servizi ecosistemici elenca gli interventi ammissibili: difesa del suolo e sistemazione idraulico-forestale, gestione forestale sostenibile, risorse idriche, biodiversità, mitigazione climatica e manutenzione del territorio montano. Rientrano terrazzamenti, sentieristica, viabilità silvopastorale e recupero di fabbricati tradizionali per uso zootecnico, turistico o multifunzionale.

C’è poi il comma 7, che consente ai comuni montani di affidare direttamente, sotto soglia, lavori di manutenzione (sentieri, gestione forestale, sistemazione idraulica, prevenzione incendi) a gestori di rifugi, coltivatori diretti, imprenditori agricoli e consorzi forestali. Reddito e lavoro restano nella comunità che il territorio lo vive.

Un primo passo, e ora i prossimi

Un primo passo si riconosce anche da ciò che resta da fare, ed è giusto dirlo con franchezza:

  • il tetto di spesa del credito è di 4 milioni di euro l’anno: un avvio, da rafforzare nel tempo;
  • manca ancora il decreto MASAF-MEF con criteri, modalità di concessione e controlli (art. 19, comma 5), e i due schemi attendono l’intesa in Conferenza;
  • le linee guida non stanziano risorse: il loro valore dipende da quanto Regioni e comuni le useranno per orientare bandi, pianificazione e progetti;
  • la finestra del credito si chiude a fine 2027: serve muoversi per tempo.

Sono questioni aperte, non ragioni per aspettare. Ogni politica per le aree interne che ha funzionato è nata da una cornice e da amministrazioni pronte a usarla.