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Mentre l’ultimo Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia, edizione 2024 presentato al pubblico nella giornata di ieri, dipinge un quadro preoccupante di un Paese vulnerabile a frane, alluvioni e valanghe – con il 94,5% dei comuni a rischio e oltre 636.000 frane censite – emerge sempre più forte la necessità di un approccio integrato che vada oltre le sole misure strutturali. In questo contesto, il mondo degli agricoltori e dei cacciatori, con la loro profonda conoscenza del territorio, si rivela una risorsa inestimabile per la prevenzione e la gestione delle emergenze.

L’incremento delle aree urbanizzate, verificatosi a partire dal secondo dopoguerra, spesso in assenza di una corretta pianificazione territoriale, ha portato a un considerevole aumento degli elementi esposti a rischio, ovvero di beni e persone presenti in aree soggette a pericolosità per frane e alluvioni. Le superfici artificiali sono passate infatti dal 2,7% negli anni ‘50 al 7,16% del 2023 (SNPA, 2024) e allo stesso tempo l’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha determinato un mancato presidio e manutenzione del territorio.

L’Italia, collocata nell'”hot spot mediterraneo” e con una crescente urbanizzazione spesso sregolata è particolarmente esposta agli impatti dei cambiamenti climatici, che acuiscono la frequenza di eventi estremi. È in questo scenario che il ruolo di chi vive e lavora quotidianamente a stretto contatto con l’ambiente naturale assume un’importanza cruciale.

Conoscenza profonda del territorio: Un vantaggio competitivo

Agricoltori e cacciatori sono vere e proprie “sentinelle” sul territorio. La loro esperienza diretta e la conoscenza capillare di sentieri, corsi d’acqua, modifiche del suolo e microclimi locali, spesso tramandata di generazione in generazione, non ha eguali. Sono i primi a notare anomalie: un deposito abusivo di rifiuti, un corso d’acqua che cambia colore o portata in modo anomalo, il distacco di piccole frane, segnali che per altri resterebbero invisibili.

Dalla prevenzione all’allerta rapida

Il loro contributo può essere determinante in diverse fasi della gestione del rischio idrogeologico:

Possono fungere da “occhi” e “orecchie” sul campo, segnalando tempestivamente alle autorità competenti (Protezione Civile, Comuni) situazioni di potenziale pericolo, prima che si trasformino in emergenze conclamate. La loro capillarità sul territorio permette un monitoraggio diffuso che difficilmente può essere replicato con la sola tecnologia.

Gli agricoltori, in particolare, con le loro pratiche di cura del suolo, gestione delle acque e pulizia dei fossi e dei canali, svolgono un’insostituibile funzione di presidio e manutenzione idraulica e forestale, contrastando l’abbandono delle aree rurali montane e collinari, citato nel Rapporto ISPRA come fattore aggravante.

In caso di eventi critici, la loro familiarità con le vie d’accesso secondarie, i punti critici e le condizioni del terreno può essere vitale per le squadre di soccorso. Possono guidare, fornire mezzi agricoli per la rimozione di detriti o per supportare evacuazioni, o ancora mettere a disposizione le proprie conoscenze per l’individuazione di zone sicure o passaggi alternativi.

Anche nella fase post-emergenza, la loro conoscenza del territorio è preziosa per individuare le aree più colpite, facilitare il ripristino delle normali condizioni e pianificare interventi futuri più efficaci.

    Verso un modello collaborativo

    Integrare ufficialmente agricoltori e cacciatori nelle strategie nazionali e locali di Protezione Civile e prevenzione del rischio idrogeologico non è solo una questione di buonsenso, ma una necessità strategica. Creare canali di comunicazione strutturati, prevedere formazioni specifiche per rafforzare le loro capacità di osservazione e segnalazione, e riconoscere il loro ruolo attivo può trasformare queste comunità in un pilastro fondamentale per la resilienza del Paese.

    In un’epoca di crescenti sfide climatiche, la sinergia tra la scienza, le istituzioni e chi vive a contatto con il territorio rappresenta la chiave per difendere le vite, i beni culturali e il tessuto economico delle aree interne di un’Italia sempre più a rischio.